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Sedetevi. Sedetevi in cerchio. Comodi? Preferite stare in piedi? Va bene, ma in cerchio. Fate attenzione, prestate orecchio, tra un attimo arriva anche a voi. Eccoli, suoni un po’ in disordine, casuali forse, e stridii, tonfi, squittii, rintocchi, borborigmi. Di musica, direste, poco più che accenni. Ma sotto, si, vagamente, un po’ alla volta, una frase, una forma, una musica. Non serve altro, a parte un leggero cenno di mano, delicato e fermo, morbido e certo, e la musica è vostra. Siete allora un punto di circonferenza fatta di musica. Una linea invisibile ma sensibile si muove da voi, con voi, per voi, vi tiene insieme con altri, irresistibile. Bobby Mc Ferrin è quel suono, quel caos, quella forma, quella frase, quella mano, quella linea. Bobby Mc Ferrin è il centro del cerchio.
Teatro Manzoni, Milano, 22 settembre 2002, ore 11.00: Bobby Mc Ferrin in concerto per gli “Aperitivi in concerto”. Per un biglietto bisogna mettersi in coda già alle 8.30, e non per il costo del biglietto, più che popolare. Eccoci dentro. Sul palco undici sgabelli con undici cuscini e sugli undici cuscini undici microfoni. Ho diversi dischi di Bobby Mc Ferrin, ne conosco le incredibili acrobazie canore quasi in simultanea, la apparente ubiquità della voce, ma non immaginavo.. beh, undici microfoni, mi pare tanto. La spiegazione è subito data; entra la Voicestra che, recitano i depliant, accompagnerà l’artista nel concerto. Sei uomini, di cui due bianchi, e cinque donne, nessuna nera, si accomodano sugli sgabelli, a semicerchio. Degli undici una, stranota, Janis Siegel dei Manhattan Transfer. Il dodicesimo microfono entra con le sue gambe tenuto in punta di dita a mo’ di flauto, quasi traverso, e, dopo un alito di silenzio assoluto, comincia. Strani suoni. Nel riaverci dall’impressione che non si tratti di un semplice microfono ma di una di queste nuove diavolerie tecnologiche, ci accorgiamo che Bobby Mc Ferrin in realtà sta suonando, sebbene in modo diabolico, lo strumento più naturale che esista: la voce. E ricama peggio di Penelope. Fa passare e ripassare la trama di Merlino tra le lunghe filacce dell’ordito adoperando la voce come spola. Agguantata una forma che a suo giudizio o gusto merita favore, prontamente la affida, col già detto cenno della mano, a uno degli undici, uno a caso, senza troppa premeditazione, non importa. Importa che ora quella musica è affidata alla sua cura come fosse un ospite tanto atteso. Intanto Bobby Mc Ferrin continua a preparare le stanze. Il movimento, il lavorìo di note, la danza di suoni e pause generati nello spazio tra ognuno degli undici sono la causa e anche l’effetto della musica che ne scaturisce. Ciò che avviene in quello spazio costituisce la premessa (armonica, melodica e ritmica) del brandello musicale da affidare che, così ambientato, viene offerto più comprensibile. Come il labirinto più ostico e la più ardita costruzione sono resi più familiari quando qualcuno ve ne mostra l’ingresso e l’uscita così l’architetto Bobby Mc Ferrin dispiega alle vostre orecchie, piega dopo piega, la mappa di una musica nuova mentre voi ne diventate uno dei pilastri. Questo è anche il momento dell’invenzione, della ricerca di una delle tante direzioni possibili, considerando che per Bobby Mc Ferrin, a differenza di ciascuno di noi, queste direzioni sono pressoché infinite. Si avverte nella musica che ci attraversa (si, c’ero anch’io) l’assenza di qualunque elemento affatto precostituito, è chiara la spontaneità dell’invenzione. Così gli undici meravigliosi fili dell’ordito vibrano intrecciati e regolari a concedere al compositore-direttore un sontuoso tappeto sul quale volare con la sua voce unica. Non ci è ben chiaro come, ma la voce di Bobby Mc Ferrin (sarebbe meglio dire le voci, tutte comunque inconfondibilmente sue) è il segno che siamo in possesso di uno strumento espressivo stupefacente. Tutti. A conferma di questo Bobby Mc Ferrin invita sul palco, a concludere il concerto, la seconda metà del cerchio rimasta in ombra fino ad allora: noi. Tutti. Ed è una festa, una danza. La circle song continua mentre il cerchio si chiude. Ed è un abbraccio. Raramente come oggi ho capito quanto la geometria abbia a che fare con la natura. E la musica con l’uomo. Bobby Mc Ferrin gira a zonzo fischiettando per le strade della musica di oggi con in mano il bastone che fa girare il cerchio, e il cerchio non cade. Mai.
fulvio monti
ventidue settembre duemila e due
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